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lunedì 27 agosto 2012

Maperchècazzo film così non si trovano in lingua italiana?



Nel 1983, una certa Marsha Norman vinse il Premio Pulitzer con il romanzo "Night, Mother", tre anni dopo Tom Moore ne realizza il film con una strepitosa mamma Anne Bancroft e Sissy Spacek (bravissima anche lei) nel ruolo della figlia.
Sono uscita pazza per cercarlo in italiano o sottotitolato, non esiste da nessuna parte, almeno in rete, si legge di "Una finestra nella notte", titolo orrendamente tradotto ma del film neanche l'ombra, se qualcuno lo trova è pregato di avvisarmi prima di subito, grazie.
L'unico posto in cui si trova, ma in lingua originale, è su You Tube in sette parti.
L'ho già visto tre volte e credo che lo rivedrò ancora per capire anche l'ultima parola dei loro dialoghi altamente drammatici e cogliere ogni sfumatura delle espressioni dell'immensa Bancroft.
Ritengo sia - tra i film drammatici - uno dei più "corposi" realizzati nella storia del cinema, certo, se amate film con macchine che esplodono, non sopportate i dialoghi e vi piace come recita Tom Cruise, saltate immediatamente questo post e andate pure un po' a fanculo.
Non leggete trama e recensione su Mymovies perchè secondo me quelli lì a volte si fanno un acido e poi recensiscono film.

Riporto la trama:

In "Buonanotte, mamma" ci sono solo due personaggi : Jessie Cates, una donna sulla quarantina senza lavoro, malata e divorziata che vive con la madre vedova, Thelma.
L'inizio del dramma è con Jessie che chiede a sua madre dove sia una certa pistola. Trovata l’arma con l’aiuto di Thelma, inizia a pulirla e annuncia molto tranquillamente che alla fine della serata, dopo aver augurato come di consueto la buonanotte a sua madre, si chiuderà a chiave nella stanza e si ucciderà. Questa non è una minaccia o una richiesta di aiuto: è una decisione lucida, ferma e irreversibile. Dopo una vita intera dominata dalla povertà, dall’epilessia e dalla depressione, il suicidio è l’unico modo per assicurarsi che nulla potrà mai più ferirla.
La decisione di Jessie scatena un’impetuosa lotta fra madre e figlia, dove Thelma usa ogni strategia possibile per dissuadere la donna dal suo intento, sprofondando lentamente nell’angoscia; al contrario Jessie mantiene una calma glaciale, sorvolando sulla disperazione della madre e dandole istruzioni dettagliate su dove sono tutte le cose in casa, come una padrona che istruisce la governante. La madre si dispera così tanto da spingersi a dire la verità a Jessie su tutta una serie di cose che hanno sconvolto la sua esistenza, affrontando i vecchi fantasmi della loro vita. Ma la donna sembra irremovibile…

Al debutto ‘Night, Mother  sconvolse il pubblico americano per la sua lucida e franca dissertazione sul tema del suicidio.

In questo blog, di suicidio se ne è parlato abbastanza...e a quelli che allora sostenevano con convinzione il fatto che i suicidi siano solo dei malati mentali, consiglierei vivamente la visione di questo film e pure di provare ad espandere le proprie sinapsi (sono sempre dell'idea che chi non hai mai pensato almeno una volta al suicidio, è del tutto inutile che continui a vivere).
Secondo me, proprio perchè questo film tratta il suicidio in maniera così razionalmente lucida - ad un certo punto addirittura scatta l'empatia verso la figlia e non la madre - proprio per tale motivo suppongo, non potrà mai arrivare soprattutto in un paese come l'Italia, (o meglio, credo sia arrivato e tolto quasi subito dalla circolazione) col Vaticano che tenta di interferire sulle scelte individuali mettendo in mezzo un certo Dio. (il cognome adesso non lo ricordo).
Tra l'altro, una delle prime minchiate che dice la mamma per fermare il proposito della figlia è: "È peccato!" e la figlia risponde tranquillamente che anche Gesù Cristo fu un suicida. E come pensate potrebbero accettare una cosa simile i credenti?

Allora via, teniamolo nascosto, non sia mai qualcuno avanzi il diritto di scelta anche sulla propria morte.


Page 33 (Bus metaphor)
Jessie: Mama, I know you used to ride the bus. Riding the bus and it’s hot and bumpy
and crowded and too noisy and more than anything in the world you want to get off
and the only reason in the world you don’t get off is it’s still fifty blocks from where
you’re going? Well, I can get off right now if I want to, because even if I ride fifty
more years and get off then, it’s the same place when I step down to it. Whenever I
feel like it, I can get off. As soon as I’ve had enough, it’s my stop. I’ve had enough. 



No no, io ancora non ne ho avuto abbastanza della vita, devo prima riuscire a fare alcune cose tipo:
trovare questo film doppiato in italiano (possibilmente come Iddio comanda,  forse l'unica a poter doppiare la Bancroft  sarebbe l'ormai deceduta e mitica Anna Miserocchi, non vedo alternative sinceramente).

Congiungermi sessualmente per circa 41 ore di fila con Jeffrey Dean Morgan e Luis Tosar (anche in sede separata).

Massacrare  chi ha inventato i pantaloni a vita bassa, le scarpe a punta, la birra analcolica e Renato Brunetta.

Poi vorrei realizzare la mia più grande fantasia sessuale: stuprare un ecclesiastico (di quelli credenti però).

Capire profondamente perchè alcune persone godono nell'andare a sudare in una palestra, faticando gratuitamente (anzi, pagano pure, il che li rende ancora più folli ai miei occhi). Devo assolutamente comprenderlo, prima di morire.

Essere baciata in bocca da un delfino in corsa! 

Trovare un lavoro a tempo indeterminato e poi ritrovare il coraggio per lasciarlo.

Assaggiare una volta per tutte il risotto alle fragole e il surimi di cavallette.

Tingermi i capelli color arcobaleno.

Pulire i vetri della cucina.

Dormire almeno una notte in questo "Hotel". 

Uff, meglio smettere qui, altrimenti mi tocca vivere per altri 129 anni (brrr!).

Anche andarmene senza aver amato "perdutamente" un bipede maschio mi dispiacerebbe un po'...

Ah, ora che ci penso, vorrei pure riuscire ad entrare in una Posta di Roma ed essere la prima (questo potrebbe essere un motivo scatenante per proseguire).
; )



E adesso fatemi leggere la vostra ipotetica "ultima" lista.






giovedì 26 aprile 2012

La morte a pagamento. La tua.

Ho visto quest'altro film, adoro il cinema, ve l'ho mai detto?  Per fortuna nei tempi dell'internetto non è necessario andare al cinema a spendere un fracco di soldi per poi farsi infastidire da un chiacchiericcio, una testa troppo capelluta, una coppia che si dimena, un bambino che piange ecc.
Perchè vedere le ultime uscite se ci sono migliaia di film datati (a volte validissimi) che non ho ancora visto?

Io sono spesso incuriosita da film che non hanno avuto un'eco commercial-popolare, eh sì, in questo credo di essere abbastanza snob, mio malgrado.

Questo film comunque non è validissimo e nemmeno un capolavoro va da sè. MA.

Può far riflettere come può farlo un pugno nello stomaco...condito con qualche risata di sberleffo irriverente verso ciò che è un vero tabù nella società. La morte, e peggio ancora se agognata.

Il tema sostanzialmente consiste nel voler dare rispetto e dignità al suicidio,  come atto consapevole.

Viene classificato come un film commedia/grottesco/drammatico, il che lo ha reso già abbastanza invitante per i miei gusti.(adoro le cose poco inquadrabili).
Ma spiego prima la trama leggermente insolita, per chi non l'avesse ancora visto naturalmente e anticipo che ha vinto il Marc'Aurelio d'Oro della Giuria per il miglior film al Festival Internazionale dei film di Roma del 2010.
Non che ciò voglia dire un cazz'Aurelio, ma tant'è.

Un tizio, un certo Dottor Kruger ha l'ambizione di poter dare la giusta dose di dignità a coloro che per motivi differenti abbiamo deciso di togliersi la vita. "Il suicidio sarà presto un diritto costituzionale" dice.
Questo processo viene attuato nella sua clinica esclusiva e gli "ospiti" pagano profumatamente per un suicidio assistito con tanto di desiderio finale, come si fa per i condannati a morte in altre circostanze, (è già questo piccolo elemento ad offrire l'idea di un che di grottesco incluso anche il fatto che scappino tutti come disperati quando ad un certo punto scoppia un incendio nella clinica...).
Un suicidio perfetto quindi con un po' di veleno prima di un tentativo comunque dissuasivo da parte di Kruger.
La verità che probabilmente vuole mostrare è in realtà il fatto che la morte arrivi in maniera anarchica. Non puoi imporre delle regole alla morte. E la seconda parte del film ne è la riprova.

Sostanzialmente è una commedia nera in bianco e nero alla Bergman. Ma forse solo per il bianco e nero, adoro Bergman ma non credo spiccasse in ironia o paradossale comicità...Allen credo abbia saputo rivedere e correggere in un certo senso. Non fraintendete, il binomio Allen-Bergman lo ritengo quasi indissolubile in alcune pellicole .Ma qui si va oltre e non certo per qualità o genianità, ma per originalità.

Ma torniamo al nostro "Dottor Morte", se si riesce ad andare aldilà della provocazione, del proporre il tema in maniera spiazzante e politicamente scorretto, si può anche riflettere su "l'ingerenza delle istituzioni sulla scelta individuale" e poi pensare al tema serissimo e controverso dell'EUTANASIA.
Ma anche no! Dico io.
Si può solo godere di questa pellicola dall'humor nero sorridendo delle bizzarrie dei "pazienti" e della trama che vira repentinamente.
Dipende dal vostro modo di  affrontare l'argomento trattato. (e sicuramente dai vostri gusti cinematografici in primis).
Sappiate comunque che Olias Barco, il regista di questo film, si è ispirato ad una realtà : la "Dignitas" è una clinica svizzera per il suicidio assistito.

Vabbè, in definitiva volevo dirvi che se vi capita vedete questo "Kill me please".
Abbandonate i vecchi metodi...;)

lunedì 29 agosto 2011

I SUICIDI SONO SQUILIBRATI MENTALI?



Premessa:
in questo post affronterò un tema complesso e serio, quindi se vuoi puoi ritornare su YouPorn.

Mi è capitato di commentare un post dal titolo "Matti"  e di porre quindi questa domanda da cui il titolo del post. In sintesi la risposta dell'amico blogger è stata "sì" e io non sono d'accordo.
In passato avevo raccontato in maniera ironica di una mia esperienza in realtà tutt'altro che allegra: un tentato suicidio con relativa "prigionia" di quattro giorni in un reparto psichiatrico.
Motivazione: depressione all'ultimo stadio.
Per cui quando si parla di matti e manicomio provo sempre un forte interesse.
Qui mi ritrovo con un'altra annosa questione: "Che cosa significano le definizioni di "sano" e "malato"?
Quali sono gli esatti confini?
Nemmeno gli psichiatri più illustri sanno dare una risposta convincente, (sebbene nel 1967 un certo Franco Basaglia in "Che cos'è la psichiatria" scrisse: "La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione") infatti la società getta dentro reparti "osceni" persone affette da schizofrenie gravissime e irreversibili insieme a chi ha tentato un suicidio in preda a un profondo stato depressivo (assolutamente reversibile).
Eppure si legge: "Lo status giuridico del suicidio in diritto italiano è oggetto di dibattito ma, secondo la dottrina dominante, questo è un atto legittimo e comunque non può essere punito (ed infatti non è prevista alcuna sanzione civile o penale nei confronti di chi tenta il suicidio)."
Personalmente l'avrei tanto preferita la sanzione penale! Perchè il tipo di punizione che danno è molto più grave, facendoti credere che sei lì per "curarti" e preservarti da un altro folle gesto.
EMERITE STRONZATE!
Primo: perchè nessuno ti "cura" (ammesso che io concordassi col fatto di averne bisogno...); la mattina a volte gli psichiatri passano e ti chiedono: "Come si sente?"
e tu vorresti rispondere: "Come cazzo credi che mi senta, letteralmente rinchiusa con gente che urla anche di notte dicendo di essere il Grande Puffo?" e tutta una serie di cose che non sto qui a raccontare.
Secondo: "Mi preservi?? O brutto idiota, ma se fossi davvero determinata a perseguire quel mio intento, quando esco di qua mi lancio da un grattacielo stavolta! Che fai, mi tieni rinchiusa a vita?".





Quello che fondamentalmente asseriva l'amico blogger è che si tratta comunque di un atto violento, non contro se stessi ma contro il mondo, come dire: "Andate affanculo tutti! Pure voi che mi volete bene!"
Ed è esattamente quello che ho pensato in quel momento anch'io, è evidente.
E questo significa che sono una squilibrata mentale? Mi ero semplicemente frantumata i coglioni di sopportare una vita difficile da far procedere come desideravo trovandomi in una situazione "pratica" del tutto intollerabile. e che per fortuna ho superato da un pezzo.
Un atto egoistico certo, infatti mi sa che il punto sia tutto racchiuso qui, sia per l'amico blogger sia per questa psichiatra per esempio:

 La denuncia della psichiatra Annelore Homberg:

“La recensione firmata da Pietro Citati de "Il caso Ellen West" di Ludwig Binswanger apparsa su Repubblica il 17 marzo 2011, fa indignare molto noi psichiatri perché scorretta come metodo e delinquenziale nel pensiero che esprime». Non usa circonlocuzioni la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg (Università di Chieti Pescara e di Foggia) nel commentare il modo in cui il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha presentato la nuova edizione Einaudi del famoso saggio dello psichiatra svizzero padre della Daseinsanalyse, “analisi esistenziale”.

Dottoressa Homberg perché parla di scorrettezza?

Perché Citati tratta il testo di Binswanger come se fosse un’opera letteraria che ha una protagonista, Ellen West, e nella recensione riassume gli stati d’animo come se fosse una eroina. Ora, la figura di un romanzo può essere affascinante quanto si vuole ma sappiamo tutti che è inventata e che lo scrittore esprime una sua visione soggettiva delle cose: ogni lettore deciderà poi da sé se condividerla o no. Lo scrittore Pietro Citati, invece, dopo aver trattato quello che sarebbe un testo scientifico come se fosse un romanzo, repentinamente torna alla scienza. All’improvviso nel suo pezzo Binswanger torna ad essere «un grande psichiatra» che pronuncia ciò che sarebbe una verità scientifica: ovvero quanto può essere bello e libertario suicidarsi. E non parla del gesto di una persona affetta da una malattia del corpo allo stadio terminale, parla del suicidio di una paziente psichiatrica. Messaggio cinico, fatuo e falso perché non c’è storia più dolorosa e fallimentare di una persona che si toglie la vita per motivi psichici. Citati e con lui La Repubblica si sono mai chiesti che cosa provano i familiari di un suicida, spesso segnati a vita?

Allora mi verrebbe da porre una domanda conseguenziale a quest'ultima dichiarazione della psichiatra: "E se eventualmente il suicida fosse orfano, senza amici o conoscenti, solo al mondo insomma, lui e il suo "male di vivere", allora sarebbe più accettabile il suo suicidio? Esisterebbe ancora una storia "fallimentare e dolorosa" per qualcuno? Per lui no di certo, visto che avrebbe raggiunto il suo scopo liberatorio.

"Si è liberi veramente quando ci si può suicidare senza arrecare danno o dolore o rimpianto a nessuno"
(Aldo Busi)





"Per Binswanger la malattia mentale è uno dei modi di porsi dell'essere umano, una modalità del suo Essere-nel-mondo, una peculiare disposizione soggettiva nei confronti della realtà e della vita interpersonale" e insieme a Montaigne, Montesquieu, Hume, Schopenhauer e Heidegger considerava il suicidio un atto di libertà estrema.
Erano folli tutti quanti??
E cosa dire dell'interminabile lista di illustri scrittori, poeti, pittori, attori, artisti di ogni genere e uomini di grande livello intellettuale che si sono tolti la vita? Tutti squilibrati? A giudicare da ciò che hanno lasciato all'umanità non sembrerebbe...

Intendiamoci, non voglio fare certo l'elogio al suicidio e dire "Dai su uccidiamoci tutti in massa allegramente!"
Quello che invece dirò con convinzione estrema  è che a me invece non sembra "normale" che un individuo nel corso della sua intera esistenza non abbia pensato nemmeno per una frazione di secondo al suicidio!
Una frase di Albert Camus che io adoro in modo particolare perchè ne avverto tutto il significato e che ribalta completamente il credo comune, è:

"Bisogna amarsi molto per suicidarsi".


PS
Una strana coincidenza: stasera ho visto un film incentrato sul suicidio; ci sono solo due attori (Samuel Jackson e Tommy Lee Jones) il nero ha salvato la vita al bianco e sono a tavolino a discutere...
Mi è piaciuto moltissimo e lo consiglio vivamente per chi ha voglia di un cinema riflessivo, il titolo è: "The Sunset Limited".




Mi piacerebbe molto che chiunque passasse da queste parti mi facesse sapere cosa pensa al riguardo di questo interrogativo.
Grazie







lunedì 20 dicembre 2010

DISFORICA A CHI?



Oggi vorrei darvi un consiglio.
Se avete finalmente deciso di fare spazio sul pianeta togliendovi la vita, assicuratevi che il vostro metodo di autoeliminazione sia sicuro al 100%.
Io faccio parte della categoria sopravvissuti a se stessi, per cui non parlo per sentito dire.
Aver fallito al tentato suicidio la ritengo una delle cose piu' gravi che possano capitare, perche' in questo modo si perde anche l'ultima possibilita' di mettere la parola fine a tutto cio' che non vi sta bene (malgrado io abbia letto di un caso in cui una donna ci sia riuscita al nono tentativo, ma anche in questo occorre la signora Costanza e, come forse avrete letto in un mio post, lei non mi vuole bene).
Probabilmente pero' il vero impedimento e' un altro, vale a dire il pensiero che possiate sopravvivere al secondo tentativo e rifarvi quindi la gitarella ricreativa in manicomio (ora li chiamano reparti psichiatrici, in ospedale), luogo in cui, a parte fumare per circa 14 ore di fila e pensare che stai DAVVERO uscendo fuori di testa, non offre tanti altri svaghi.
Il pensiero di ritornarci ti frena enormemente, ti fanno capire che se lì dentro non si sta esattamente come in un "centro benessere" e' proprio perche' vogliono "insegnarti" a non commettere piu' questi gesti sconsiderati e brutti brutti...
Ti puniscono per quello che hai fatto e ti trattano come una pazza, rinchiudendoti (senza ovviamente il tuo consenso) insieme ad una banda di schizofrenici di ogni tipo e se non hai qualcuno che ti voglia bene e che tenti di tirarti fuori da lì nel piu' breve tempo possibile, (e/o se non sei abbastanza "forte") puoi tranquillamente diventare uno di loro e non uscire mai piu'.
E' un vero e proprio SEQUESTRO DI PERSONA.
La cosa buffa pero' e' che non puoi nemmeno denunciarlo alla polizia perche' e' collusa coi camici bianchi che hanno lo strapotere decisionale sulla tua persona.
E quando sei lì dentro tutti questi pensieri di ingiustizia, in contemporanea con quelli di assoluta impotenza, ti fanno incazzare ancora piu' del fatto che ti abbiano salvato la vita senza che TU lo chiedessi.
Pero' devi stare attenta a non incazzarti troppo altrimenti prolunghi il soggiorno.
Allora devi essere forte e farti furba, il quarto giorno, quando ho capito che stavo andando in pezzi col sistema nervoso, sono finalmente riuscita ad avere un lungo colloquio a quattrocchi con il primario responsabile del mio "rilascio".
E  dentro quella stanza ho raccolto tutte le ultime forze rimaste per mostrarmi calma e "normale" (il desiderio piu' intimo, in realta', era quello di mettergli le mani al collo e minacciarlo di morte se non m'avesse fatto uscire immediatamente) mi chiese tantissime cose, ed ho mentito quasi su tutto perche' sapevo che era l'unico modo possibile per fuggire da lì.
Ero pentita del gesto...avevo capito che e' una cosa sbagliata...e via dicendo con tutte le stronzate che vogliono sentirsi dire.
Mentre in realta' pensavo:
 "brutto idiota, il gesto in sè non e' affatto sconsiderato, anzi, e' il gesto piu' "sensato" che una persona sana di mente e dotata di discrete facolta' mentali possa mettere in atto, TU, TU SEI INSENSATO perche' non hai materia grigia sufficiente e neanche la sensibilita' adatta per avvertire che c'e' qualcosa di sbagliato nel venire al mondo sapendo che le parole FELICITA', GIUSTIZIA, ARMONIA e tante altre, sono solo invenzioni strampalate che non hanno alcun corrispettivo nella realta'".
Ma non potevo dirgli cose simili, altrimenti sarei ancora rinchiusa in quel reparto e non potrei essere qui a raccontarvelo.
Scusate, mi chiamano, e' il momento della medicina.

Eccomi, ho fatto tardi perche' ho dovuto simulare una partita di baseball davanti ad uno schermo spento per far divertire gli altri ospiti.

Ma finendo la mia storia...a fine colloquio, il grande capo formulo', disse e scrisse la sua diagnosi:
 soggetto ansioso, con tendenze maniaco-depressive (ma va?) e personalita' disforica, cheeee???
Disforica lo dirai a tua sorella!
In realta' era la prima volta che sentivo questo vocabolo.
Così poi A CASA MIA, dopo essere stata rilasciata con un bel: "ti raccomando eh, fai la brava!", cercai il significato di questa parola.

Probabilmente c'e' qualcosa di vero anche in quello.
Ma come disse un grande filosofo (non ricordo piu' chi per via dei neuroni in fuga):
"Mettetemi un'etichetta e mi avrete annullato"
O forse lo ha detto la T-shirt di Dolce e Gabbana?