Premessa:
in questo post affronterò un tema complesso e serio, quindi se vuoi puoi ritornare su YouPorn.
Mi è capitato di commentare un post dal titolo "Matti" e di porre quindi questa domanda da cui il titolo del post. In sintesi la risposta dell'amico blogger è stata "sì" e io non sono d'accordo.
In passato avevo raccontato in maniera ironica di una mia esperienza in realtà tutt'altro che allegra: un tentato suicidio con relativa "prigionia" di quattro giorni in un reparto psichiatrico.
Motivazione: depressione all'ultimo stadio.
Per cui quando si parla di matti e manicomio provo sempre un forte interesse.
Qui mi ritrovo con un'altra annosa questione: "Che cosa significano le definizioni di "sano" e "malato"?
Quali sono gli esatti confini?
Nemmeno gli psichiatri più illustri sanno dare una risposta convincente, (sebbene nel 1967 un certo Franco Basaglia in "Che cos'è la psichiatria" scrisse: "La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione") infatti la società getta dentro reparti "osceni" persone affette da schizofrenie gravissime e irreversibili insieme a chi ha tentato un suicidio in preda a un profondo stato depressivo (assolutamente reversibile).
Eppure si legge: "Lo status giuridico del suicidio in diritto italiano è oggetto di dibattito ma, secondo la dottrina dominante, questo è un atto legittimo e comunque non può essere punito (ed infatti non è prevista alcuna sanzione civile o penale nei confronti di chi tenta il suicidio)."
Personalmente l'avrei tanto preferita la sanzione penale! Perchè il tipo di punizione che danno è molto più grave, facendoti credere che sei lì per "curarti" e preservarti da un altro folle gesto.
EMERITE STRONZATE!
Primo: perchè nessuno ti "cura" (ammesso che io concordassi col fatto di averne bisogno...); la mattina a volte gli psichiatri passano e ti chiedono: "Come si sente?"
e tu vorresti rispondere: "Come cazzo credi che mi senta, letteralmente rinchiusa con gente che urla anche di notte dicendo di essere il Grande Puffo?" e tutta una serie di cose che non sto qui a raccontare.
Secondo: "Mi preservi?? O brutto idiota, ma se fossi davvero determinata a perseguire quel mio intento, quando esco di qua mi lancio da un grattacielo stavolta! Che fai, mi tieni rinchiusa a vita?".
Quello che fondamentalmente asseriva l'amico blogger è che si tratta comunque di un atto violento, non contro se stessi ma contro il mondo, come dire: "Andate affanculo tutti! Pure voi che mi volete bene!"
Ed è esattamente quello che ho pensato in quel momento anch'io, è evidente.
E questo significa che sono una squilibrata mentale? Mi ero semplicemente frantumata i coglioni di sopportare una vita difficile da far procedere come desideravo trovandomi in una situazione "pratica" del tutto intollerabile. e che per fortuna ho superato da un pezzo.
Un atto egoistico certo, infatti mi sa che il punto sia tutto racchiuso qui, sia per l'amico blogger sia per questa psichiatra per esempio:
La denuncia della psichiatra Annelore Homberg:
“La recensione firmata da Pietro Citati de "Il caso Ellen West" di Ludwig Binswanger apparsa su Repubblica il 17 marzo 2011, fa indignare molto noi psichiatri perché scorretta come metodo e delinquenziale nel pensiero che esprime». Non usa circonlocuzioni la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg (Università di Chieti Pescara e di Foggia) nel commentare il modo in cui il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha presentato la nuova edizione Einaudi del famoso saggio dello psichiatra svizzero padre della Daseinsanalyse, “analisi esistenziale”.
Dottoressa Homberg perché parla di scorrettezza?
Perché Citati tratta il testo di Binswanger come se fosse un’opera letteraria che ha una protagonista, Ellen West, e nella recensione riassume gli stati d’animo come se fosse una eroina. Ora, la figura di un romanzo può essere affascinante quanto si vuole ma sappiamo tutti che è inventata e che lo scrittore esprime una sua visione soggettiva delle cose: ogni lettore deciderà poi da sé se condividerla o no. Lo scrittore Pietro Citati, invece, dopo aver trattato quello che sarebbe un testo scientifico come se fosse un romanzo, repentinamente torna alla scienza. All’improvviso nel suo pezzo Binswanger torna ad essere «un grande psichiatra» che pronuncia ciò che sarebbe una verità scientifica: ovvero quanto può essere bello e libertario suicidarsi. E non parla del gesto di una persona affetta da una malattia del corpo allo stadio terminale, parla del suicidio di una paziente psichiatrica. Messaggio cinico, fatuo e falso perché non c’è storia più dolorosa e fallimentare di una persona che si toglie la vita per motivi psichici. Citati e con lui La Repubblica si sono mai chiesti che cosa provano i familiari di un suicida, spesso segnati a vita?
Allora mi verrebbe da porre una domanda conseguenziale a quest'ultima dichiarazione della psichiatra: "E se eventualmente il suicida fosse orfano, senza amici o conoscenti, solo al mondo insomma, lui e il suo "male di vivere", allora sarebbe più accettabile il suo suicidio? Esisterebbe ancora una storia "fallimentare e dolorosa" per qualcuno? Per lui no di certo, visto che avrebbe raggiunto il suo scopo liberatorio.
"Si è liberi veramente quando ci si può suicidare senza arrecare danno o dolore o rimpianto a nessuno"
(Aldo Busi)
"Per Binswanger la malattia mentale è uno dei modi di porsi dell'essere umano, una modalità del suo Essere-nel-mondo, una peculiare disposizione soggettiva nei confronti della realtà e della vita interpersonale" e insieme a Montaigne, Montesquieu, Hume, Schopenhauer e Heidegger considerava il suicidio un atto di libertà estrema.
Erano folli tutti quanti??
E cosa dire dell'interminabile lista di illustri scrittori, poeti, pittori, attori, artisti di ogni genere e uomini di grande livello intellettuale che si sono tolti la vita? Tutti squilibrati? A giudicare da ciò che hanno lasciato all'umanità non sembrerebbe...
Intendiamoci, non voglio fare certo l'elogio al suicidio e dire "Dai su uccidiamoci tutti in massa allegramente!"
Quello che invece dirò con convinzione estrema è che a me invece non sembra "normale" che un individuo nel corso della sua intera esistenza non abbia pensato nemmeno per una frazione di secondo al suicidio!
Una frase di Albert Camus che io adoro in modo particolare perchè ne avverto tutto il significato e che ribalta completamente il credo comune, è:
"Bisogna amarsi molto per suicidarsi".
PS
Una strana coincidenza: stasera ho visto un film incentrato sul suicidio; ci sono solo due attori (Samuel Jackson e Tommy Lee Jones) il nero ha salvato la vita al bianco e sono a tavolino a discutere...
Mi è piaciuto moltissimo e lo consiglio vivamente per chi ha voglia di un cinema riflessivo, il titolo è: "The Sunset Limited".
Mi piacerebbe molto che chiunque passasse da queste parti mi facesse sapere cosa pensa al riguardo di questo interrogativo.
Grazie


