"Dicono che le cose belle arrivino quando smetti di attenderle. Dicono un sacco di minchiate del resto"
mercoledì 5 febbraio 2014
Novanta minuti di incredulità.
Se non fosse che questo film è basato su eventi realmente accaduti, avrei pensato che Craig Zobel (il regista) avesse girato un film ai limiti dell'inverosimile pur non trattandosi di fantascienza e quindi l'avrei considerato un film abbastanza ridicolo nei fatti narrati.
Invece ci viene subito detto che è ispirato da true events, il che, durante la visione rende tutto più inquietante e direi pure fastidioso (molto più di tante visioni puramente horror).
Premetto comunque che mi è piaciuto e ne consiglio la visione, non solo perchè è fatto bene ma perchè fa emergere una riflessione ed un interrogativo interessante nello spettatore (punto di cui parlerò più avanti). Ovviamente non lo consiglio a persone che normalmente vanno matte per film di cassetta come quella cosa insulsa di Gravity et similia).
Intanto cosa vuol dire "Compliance"?
Acquiescenza, obbedienza, arrendevolezza, remissività, a norma...di legge in questo caso.
La trama è semplicissima e quasi tutto il film è girato dentro un fast-food, perlopiù sul retro. La manager del locale riceve una telefonata da un poliziotto che accusa una delle dipendenti di aver rubato dei soldi ad una cliente, la ragazza in questione nega perentoriamente di aver commesso un simile gesto ma l'agente dall'altro capo del telefono, che vedremo in volto solo a metà film, inizia ad impartire ordini a dir poco insoliti su come agire da quel momento in poi (fino alla fine del film) nei contronti dell'accusata.
Chiedendo in primis la sua "completa" perquisizione, prima alla manager, poi ai colleghi e infine al fidanzato della manager fatto venire sul luogo appositamente.
Si direbbe "Tutto qui?". Sì, in un certo senso sì.
Ma gli ordini che impartisce diventano via via sempre più assurdi e malgrado ciò vengono eseguiti senza quasi batter ciglio da tutti i protagonisti creando una forte tensione psicologica che umilia anche lo spettatore che assiste incredulo a tanta irrazionalità nello svolgimento di questa "bizzarra" indagine.
Interamente svolta al telefono, tra l'altro.
Il fatto è che quest'uomo non è un agente di polizia ma un uomo certamente disturbato che in America ha compiuto circa trenta di questi "crimini" telefonando in diversi fast-food e ristoranti con un'immensa capacità autoritaria e persuasiva.
La riflessione e l'interrogativo di cui parlavo all'inizio è appunto capire fino a che livelli le persone si lasciano irretire e condizionare dalle autorità? E dopo aver visto questo film si può rispondere tranquillamente: TROPPO! Perdendo quasi totalmente la proprie capacità cognitive e critiche.
Qualcuno, parlando di questo film ha anche tirato fuori "L'esperimento Milgram", (che io ignorantemente non sapevo cosa fosse) ma che in un certo senso viene messo in pratica e sperimentato da questo psicopatico che certamente non aveva obiettivi scientifici.
PS
Qualche uomo (?!) potrebbe anche sperare di trovarsi in una situazione simile, ma per capire cosa intendo dovete solo guardare il film ;-)
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Perché man mano che procedevo nella lettura dell'esperiemento su wiki mi veniva solo in mente che io avrei risposto al tizio che mi pressava per continuare con frasi come "ma non ci penso neanche!", "non se ne parla neppure", "non esiste" e infine con quell'insulto che non urlo mai come insulto, bensì come augurio, affinché dilatandosi un po' quella parte posteriore del corpo magari si aprirà pure il cervello del ricevente (l'augurio e l'altra cosa...) in quanto avrà ricevuto un po' d'aria fresca e ossigeno? :-P
RispondiEliminaLo so...anche se fossimo nate tra i crucchi, noi due non saremmo diventate delle brave naziste ;-)
EliminaPoi soprattutto il secondo fattore tra i tre che concorrono allo stato eteronomico: adesione al sistema di autorità (l'educazione all'obbedienza FA PARTE DEI PROCESSI DI SOCIALIZZAZIONE) mi fa capire sempre più il perchè io sia sostanzialmente e convintamente un'asociale :D
Chissà perché tra io e te, per esempio, siamo venute su con questa allergia all'obbedienza e alle gerarchie di potere anche scontandola poi concretamente con la mancanza di 'difesa' che deriva dall'appartenza a gruppi che proteggono, alla fine, quando uno è in condizione d'essere a rischio di sopravvivenza? Me lo chiedo veramente, come antropologa, quale sia la ragione per cui preferisco piuttosto rischiare di morire, soccombere, ma poter dire di no. Da che cosa deriverà questa decisione così rischiosa di abbracciare posizioni che sono scarti dalla norma?
EliminaL'antropologa sei tu e potresti studiare meglio questo "fenomeno". Da parte mia, il fatto di non aver MAI voluto appartenere a nessun gruppo credo derivi da una forza interiore per cui rimanerne fuori, autoescludersi non costituisce affatto un problema perchè rimanere sola o priva dell'approvazione di un gruppo significa riuscire a pensare con la propria testa piuttosto che lasciarsi condizionare da chi mi sta intorno quando spesso non mi identifico con i loro valori.
EliminaPoi boh, può darsi ci siano altre ragioni, aspetterò che mi vengano svelate da una studiosa in grado di analizzarle meglio ;-)
Hii thanks for sharing this
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